Momento autoreferenziale: Carlo Cracco fu il primo grande chef che intervistai quando inizia a scrivere di food per Grazia. Fu un bellissimo momento professionale: dopo di lui, fra gli altri, ho avuto il piacere di incontrare Bruno Barbieri, Gordon Ramsay e Antonino Cannavacciuolo. Lavoravo con una fotografa bravissima, Stefania Sainaghi (a proposito, cara Stefania, quando rifacciamo qualcosa insieme? E a proposito due, ho scandagliato Pc vecchissimi alla ricerca di quelle foto che mi hai scattato nel ristorante Cracco-Peck, ma non le ho trovate. Non è che per caso tu hai ancora l’archivio di, ehm, circa 10 anni fa? Credo che il servizio fosse questo).
Era un Cracco molto diverso da oggi: prima di Masterchef, del cambio di look, della fama nazionale. Mi raccontò di quanto amasse viaggiare e di quanto lo avesse colpito il Brasile, sia come paesaggio che come gusti e sapori. Del fatto che non sentisse mai la fatica, perché il suo lavoro era essenzialmente passione. Una cosa però aveva in comune con il Cracco di oggi: la gentilezza. Forse per chi confonde il personaggio tv con la persona può sembrare strano; ma io l’ho incontrato diverse volte, per interviste, per presentare i suoi libri, per gli show cooking: non l’ho mai visto altro che cortese e paziente nel spiegare a chiunque, più volte, come andava fatto quel particolare passaggio di una sua ricetta, o nel rispondere per l’ennesima volta alle solite domande. Un po’ ruvido, forse; ma io sono di Genova, per cui la ruvidezza a quel livello neanche la percepisco, probabilmente.
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8 marzo, libri e strumenti per donne e bambine
“Vedo un’ondata di misoginia”, o cose del genere; non ricordo esattamente le parole, ma il senso era quello. Così Mark Renton descrive il mondo di oggi a Veronika in Trainspotting 2, prima di attaccare il nuovo monologo “Choose life”, rivisto e corretto.
Ecco, la vedo anche io l’ondata di misogina, vedo i rigurgiti sessisti, che non nascono certo in rete, ma in rete trovano un nuovo, più ampio, più facile canale di diffusione. Vedo soprattutto che non c’è più vergogna nel dirsi chiaramente maschilisti, sessisti, misogini: è saltata anche l’ultima vernice di ipocrisia.
Preso atto, spaventata dal dover crescere una figlia (già dieci anni fa, quando mi informarono circa i suoi cromosomi, il primo pensiero fu: “sarebbe stato più facile avere un maschio” e avevo ragione), ho raccolto qualche strumento per capire e poi parlare. Con mia figlia, soprattutto. Ma anche con me stessa.
L’avrete letto: uno studio su Science dice che, dopo i primi anni di vita passati senza percepire la minima differenza tra loro e i maschi, a sei anni le bambine iniziano a sentirsi inferiori ai compagni.
6-year-old girls are less likely than boys to believe that members of their gender are “really, really smart.” Also at age 6, girls begin to avoid activities said to be for children who are “really, really smart.”
Chi glielo fa pensare? I genitori, gli insegnanti a scuola, chi altro? Perché, a un certo, punto le bambine assorbono e replicano lo stereotipo che le vuole meno intelligenti dei maschi? Io non lo so, però mi ha fatto tornare in mente un’intervista che ho fatto a Barbara Laura Alajmo che indagava sui perché bambine e ragazze si sentano meno attratte dalle cosiddette materie STEM. Barbara – pedagoga, madre di tre figli – mi ha raccontato la sua esperienza con CoderDojo, i corsi di coding dedicati ai bambini dai 7 ai 17 anni che ha contribuito a fondare in Italia. Fino a una certa età, ha notato, non c’è differenza tra numero di bambini e bambine che frequentano gli incontri. Dopo i 10 anni circa, il numero delle bambine inizia a calare e più cresce l’età, più diminuisce. Motivo? Non si sa. Può essere non siano più interessate. Può essere anche che qualcuno abbia detto loro che non è roba per ragazze. Non inorridite: succede, ancora oggi, molto più spesso di quanto non si pensi e non solo per il coding.
Quindi, io cerco modelli. Cerco esempi. Li ho trovati nel libro di cui tutti parlano, il vendutissimo Storie della buonanotte per bambine ribelli. Mia figlia lo ha divorato, sembrava lo stesse aspettando da sempre. Non solo: me ne legge ad alta voce pagine e pagine, trattamento riservato solo ai libri “davvero importanti”. Capisco chi dice che dovremmo aver superato l’idea dei modelli “da bambine” e “da bambini”. Dovremmo, lo faremo, quando l’uguaglianza sarà una realtà. Quando modelli femminili di tutti i tipi e fuori dai soliti stereotipi non saranno l’eccezione, ma riempiranno i film, i racconti, plasmeranno i personaggi. Per ora, bisogna ancora andarli a cercare. Per ora, ragiono come con le quote rosa: non mi piacciono, ma le trovo, in molti casi, necessarie, perché la società non è ancora al punto in cui dovrebbe essere.
Modelli che ho trovato anche in Ragazze con il pallino per la matematica. Sarò ingenua io, ma continuo a pensare che leggere le vite di donne che sono andate controcorrente, che sono riuscite per prime a fare qualcosa di nuovo, a occupare un campo che, per consuetudine, non era il loro, sia molto importante per non porsi limiti. Per rifiutare di essere sminuita, trattata con sufficienza, zittita. No, non per diventare una matematica, una scienziata, chissenefrega di quello. Mia figlia farà quello che vorrà, ma lo farà solo se avrà ben chiaro che può aspirare a essere e diventare qualunque cosa (tipo una capra in matematica, come me).
Invece, per parlare delle differenze fra femmine e maschi mi è arrivata in soccorso Françoize Boucher, con la sua ironia e la sua chiarezza, direi quasi chirurgica, nel dire le cose senza girarci troppo intorno. Io e la novenne avevamo già letto, divertendoci molto, i suoi due libri precedenti, che spiegavano tutto sui genitori e sui libri stessi. Adesso sto ridacchiando sulla sua ultima uscita; forse è per bambine un filo più grandi della mia (o forse no, sono io che mi racconto pietose bugie pensando, volendo credere, che sia ancora piccola), ma è molto utile e, nello stile dell’autrice, fa molto sorridere. Attenzione: sfata pregiudizi, dice le cose come stanno, parla di sesso. Se non avete ancora fatto certi discorsi con i vostri fanciulli, maschi o femmine che siano, e non avete voglia di rispondere alla domanda “Mamma, cos’è un transessuale?”, sparata a tradimento a cena, regolatevi di conseguenza. A proposito, lo sapevate che le ostriche cambiano sesso ogni anno?
Infine, chiudo con qualcosa per me, per noi. Di questo libro probabilmente avrete sentito parlare quando è uscito con il titolo originale, Regretting Motherhood. Basta dare un’occhiata al titolo, appunto, in qualunque lingua, e viene da distogliere lo sguardo. È disturbante. E proprio per questo era dovuto. Bisognava parlarne. Era necessario che un testo nato come paper scientifico si allargasse fino a diventare uno studio sociologico, un tappeto tessuto dalle tante voci di donne che hanno raccontato il loro punto di vista. Il loro rimpianto. La sensazione, che molte madri conoscono, di aver perso per sempre la tranquillità, la serenità; di non poter fare più a meno dei loro figli, di amarli alla follia, ma di coltivare in fondo il rimpianto per l’esistenza “di prima”, libera da legami, ansie, aspettative, obblighi e paure.
Perché oggi tutto si può dire, tutto si può fare, tutto si può rimpiangere e tutto è perdonato, tranne il permettersi anche solo di pensare: “tornassi indietro, un figlio non lo farei”.
Io credo che l’8 marzo, oggi, serva anche a questo. A concederci il tempo di riflettere, di leggere cose con le quali magari non siamo d’accordo, o che ci disturbano, o che ci fanno male; ma che è importante che siano pubblicate e diffuse, per dare una voce a tutte. Credo che un libro del genere possa insegnarci a smettere di giudicare, ad accogliere tutte le voci. Magari ci riuscissimo davvero.
Caserecce salsiccia, zucca (o fiori di zucca) e pecorino
Sul filo di lana: al contest #LangheRoeroInCucina avrei voluto partecipare tutte le settimane, invece mi riduco all’ultima. Però, per farmi perdonare, ho pensato a una ricetta che ne valga due, con una versione invernale, che ho preparato oggi, e una estiva, che vi suggerisco di provare non appena ci saranno i fiori di zucca. È un primo piatto semplice, nello stile di questo blog il cui nome vuol dire appunto “presto fatto” in genovese, e che utilizza l’ingrediente della settimana, la salsiccia, con un tocco di Liguria, aggiungendo i pinoli e il profumo del timo. Ma è anche molto equilibrato: il sapore dolce e pieno della zucca ammorbidisce il gusto deciso e sapido della salsiccia e del pecorino: l’insieme risulta molto gradevole. [Read more…]
Le donne e il vino. E pure l’otto marzo
“Quando papà s’è ammalato, io e mia sorella Elena abbiamo preso in mano l’azienda di famiglia. E siccome eravamo tre donne e c’era pure una nipotina, nel disegnare l’etichetta è venuto fuori questo Rosso delle donne. Perché lo facciamo noi, davvero: siamo una piccola realtà, non abbiamo braccianti: Elena va sul trattore. Sì, fa tutto: come un uomo”. Pure meglio, le suggerisco io, e Paola, di Cantine del Castello Conti, ride sotto i suoi riccioli neri e indica Elena al suo fianco, impegnata a versare il suo Boca a un gruppo di partecipanti al Banco di degustazione AIS dedicato all’Alto Piemonte.
Un banco ricco, caldo, partecipato come non se ne vedono spesso: bravo a tutti i produttori che hanno avuto voglia di mettersi in gioco e raccontare, come suggerivo qui, una zona del Piemonte forse meno conosciuta dai più, quella che comprende il biellese, le colline novaresi e il vercellese.
Spero che nessuno si offenda però se questa volta voglio parlare di donne. [Read more…]
Degustazioni: bisogna raccontare il vino e non solo versarlo

Circa cinque anni fa sono stata invitata a un evento – un Camp, per i nostalgici – ad Alba, a parlare di viaggi ed emozioni. Mi avevano chiesto una breve presentazione per suggerire un modo diverso di raccontare i luoghi (attraverso i colori, i profumi, i sapori). Una sinestesia che non si riferiva ovviamente al fenomeno neurologico, ma alla figura retorica amata dai poeti, interpretata in senso ancora più allargato. Le slide, sufficientemente vintage, sono ancora online qui.
A tavola, nei miei viaggi, nel bicchiere cerco da sempre quell’incrocio bellissimo di sensazioni che unisce non solo i cinque sensi, ma anche la memoria (sì, la madeleinette di Proust). Quelle sensazioni che ho ritrovato da quando degusto il vino in modo, diciamo, professionale, dopo aver superato l’esame per sommelier. Anche se più assaggio e più mi rendo conto che la strada da fare per crearmi un archivio di sensazioni e punti di riferimento è ancora lunghissima.
Questa introduzione per dire che cerco di degustare il più possibile, a casa e fuori, di partecipare ai tanti eventi che vengono organizzati da AIS e da altre realtà. E che mi sento di dare qualche consiglio di produttori. [Read more…]
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